02/04/2010

V'ho a dire che gli riesc meglio del primo?

Quel giorno, Spinello deliber di piantar l il suo ritratto, per
cominciarne un altro.

V'ho a dire che gli riesc meglio del primo? Sarebbe una bugia. V'ho a
raccontare come non gli riescisse? Sarebbe una ripetizione. Di certo
quella non era ancora la volta buona. E Spinello, o sbagliando le
proporzioni, o non sapendo cogliere certi rapporti insensibili della
figura, seguitava a credere che ci fosse una mala. Ad un certo punto,
riconoscendo che il secondo ritratto era peggiore del primo, gitt la
tavolozza e i pennelli, cedendo ad un impeto di sdegno improvviso.

--O Fiordalisa!--grid.--La natura si ride di noi, poveri sciocchi, i
quali ci siamo fitti in capo di agguagliarla, o almeno almeno di
seguirla da presso, coi nostri miseri spedienti. O forse son io che
getto sull'arte la colpa della mia ignoranza! Forse ho presunto troppo
delle mie forze, ed ho commesso una profanazione, una vera
profanazione. Ma io non lo volevo, ve lo assicuro,  stato vostro
padre che mi ha stimolato;  stato lui che mi ha acceso questa febbre
nell'ossa.--

E piegatosi a mezzo sulla seggiola, appoggi i gomiti alla spalliera,
nascondendo il volto tra le palme, piangeva di rabbia, il povero
Spinello Spinelli.

Madonna Fiordalisa si era alzata, e si appressava a lui con aria di
compassione. Spinello non la vide giungere, ma sent una mano gentile
posarsi sulla sua testa e un morbido braccio sfiorargli le tempie.

--Chetatevi, messere;--diceva frattanto la divina creatura.--Abbiate
un po' di pazienza. Non  poi un male cos grave, non poter fare un
ritratto.

--Non  grave!--esclam egli, restando fermo nel suo atteggiamento,
per non avere a perdere il contatto di quella mano adorata.--Non
grave, voi dite? Ma  il vostro ritratto, che non mi riesce di fare,
il vostro ritratto, capite, Fiordalisa? Ora, se io non vedessi.... se
io non sentissi la vostra bellezza, intenderei il mal esito; ma in
questo caso soltanto. E poich questo non ....

--Poich questo non ,--riprese madonna Fiordalisa con accento
scherzevole,--bisogna studiarne un altro. Se fosse vero che la
sentiste troppo?--

Spinello si volt tutto d'un pezzo.

--Ah, questo s, potete giurarlo!--esclam con accento di convinzione
profonda.

E la vide cos bella, cos splendida nel suo divino sorriso, che non
seppe resistere al desiderio di afferrar la sua mano, indi, fatto
ardito dalla sua stessa condiscendenza, di rigirarle un braccio
intorno alla cintura e di stringere al seno l'adorata fanciulla.

Istanti di dolcezza inenarrabile, di beatitudine celeste, voi rimanete
impressi nell'anima e vi si ricorda per tutta la vita. Quella che
avete stretta al seno in un impeto d'amore, che avete sentita
palpitare ed ardere sul vostro cuore, era la pi bella tra le creature
di Dio; e per un momento, anche rapido come la folgore, ella  stata
vostra, cos pienamente vostra, che nessun potere geloso, neppur
l'ombra d'un pensiero profano, ha potuto mettersi tra il vostro cuore
ed il suo. Che altro si pu desiderare o sperare, che non sia da meno
di quel momento sublime? E come tutto il resto della vita, vanit
appagate, ambizioni soddisfatte, altezze superate,  nulla al paragone
di queste ineffabili possessioni dello spirito! Lo si sente quando la
vita sta per fuggire, o quando incomincia a prendervi l'enorme
fastidio di tutto ci che vi parve desiderabile in essa.

Fiordalisa si era lentamente disciolta dai lacci dell'innamorato
Spinello.

--Lavorate, lo voglio;--diss'ella, non tanto per desiderio di
comandare a lui, quanto per rimettersi in contegno e riavere la
padronanza di s medesima.

Spinello, obbediente, ripigli tavolozza e pennelli.

--Oh, quando sarete mia!--mormor, rimettendosi al cavalletto.

--Non lo sono io gi, per la fede che v'ho data?--chiese ella con un
placido riso.

Le dolci promesse di un'estasi invocata passarono davanti agli occhi
di Spinello, che ne fu come abbagliato. E gli fu necessario un grande
sforzo di volont per rimettersi in pace, poich il brivido di quella
stretta gli correva ancora per le vene.

Ad aiutare la sua volont giunse un rumore di passi che veniva dalle
scale. Poco stante, mastro Jacopo appariva sulla soglia.

Spinello non poteva vederlo, poich volgeva le spalle all'uscio; ma lo
vide Fiordalisa e not che aveva la cera stravolta.

--Che c'?--chiese la fanciulla, turbata.

--Che c'?--ripet Spinello, turbato dal turbamento di lei.

--C'... c'... che siamo nati sotto una cattiva stella,--brontol
mastro Jacopo abbandonandosi su d'una scranna, e gettando la berretta
in un angolo.

--In nome di Dio, parlate;--grid Spinello, lasciando di
lavorare.--Che v' egli intervenuto di grave?

--Di grave, s, proprio di grave!--esclam il vecchio pittore,
guardando la sua berretta, che era andata ruzzoloni per terra.--E quei
massari! Con che aria me l'hanno detto! Quasi che la colpa fosse mia,
e che io li avessi traditi! Se ne far un altro, col malanno che il
ciel vi dia; se ne far un altro, e tutti pari. Ma intanto... che
figuraccia! Che cosa non si dir dei fatti nostri in Arezzo?

--Che?--disse allora Spinello, credendo di aver capito da quelle rotte
parole l'argomento delle ire di mastro Jacopo;--avrebbero per
avventura biasimato un vostro dipinto? Entrerebbero a disputar d'arte
con voi?

--Che biasimato? Che disputare con me? c' ben altro;--grid il
vecchio pittore.--Si tratta del Miracolo di san Donato, mi capisci?
Del Miracolo di san Donato.

--Ah, meno male!--esclam Spinello.--E che cosa gli ha fatto, ai
massari del Duomo, il mio povero dipinto?

--Nulla;  andato a male.

--Che? come?--balbett Spinello.--Andato a male?

03/01/2010

Il bove

Il bove.

Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e
composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l'aria di un omino.
La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di
guardare i libri colle figure. A volte la mamma gli presta un librone
grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante
e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel
librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde
coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell'uccello dalla
coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora
certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall'interno d'una
grotta o rotolano dal vertice d'un monte scosceso.

Un giorno però, il nostro Attilio tornò a casa piangendo e
singhiozzando: un bambino cattivo, uno di quei bambini maleducati che
vanno alle scuole senza ricavarne profitto, gli aveva dato del _bue_.
Quella parola di bue proferita ad alta voce, con modo schernevole,
aveva fatto un grande effetto sull'animo di Attilio: gli pareva di non
potere esser trattato di peggio, anche se fosse campato cent'anni.

--Bue! bue! Ma io non ci vedo poi un gran male in questa parola, disse
il babbo ridendo. È il nome d'una bestia rispettabile e utilissima,
della quale non so come potremmo fare a meno.

Attilio spalancava i suoi begli occhi turchini e guardava il babbo con
quell'aria che equivale ad una interrogazione.

--Sicuro, riprese quest'ultimo. E steso il braccio sul tavolino dello
studio prese il «Giornale dei bambini» dove appunto c'era disegnato un
bel bue.--Guarda da te, disse al bambino.


Attilio si pose ad esaminare l'animale.

--Ha quattro gambe, disse subito.

--E poi?

--E poi due corna sulla testa!

--E poi?

--E poi la coda!

--E poi?

--E poi un musone lungo lungo!

--E poi?

--Un orecchio e un occhio.

--Ne ha due, come li abbiamo tu e io: ma siccome l'altro occhio e
l'altro orecchio rimangono dalla parte di là, noi non possiamo
vederli. Guarda me, disse il babbo, mettendosi di profilo.

--È vero, disse Attilio. E dopo un breve silenzio, riprese: Hai detto
che il bue è un animale utilissimo. Perchè? A che cosa serve?

--Dimmi un po', nino mio: t'è mai avvenuto quando sei andato in
campagna, d'imbatterti in un paio di bovi, attaccati a un carro, con
una specie di grosso bastone messo a traverso sul collo?

--Li ho veduti tante volte, e so che quella specie di bastone si
chiama _giogo_.

--Ebbene, quei bovi andavano o tornavano dal campo. Il bue è il
principale aiuto del contadino, perchè col mezzo suo lavora la terra,
trasporta sul carro i concimi, le mèssi, i pietrami, il fieno e tante
altre cose. Il bue è robustissimo e può sopportare, senza soffrire, i
lavori più faticosi.

--O quest'altro animale, che è quasi eguale al bove, come si chiama?

--Si chiama _vacca_ ed è la sua femmina. Vedi, mentre il bove ha
ordinariamente il pelo lucido e bianco, le vacche invece possono esser
rosse, nere, brune, bianche, e anche di tutti questi colori riuniti.

--Cosa mangiano i bovi e le vacche?

--Mangiano l'erba, il fieno, e anche la paglia. Poi, quando hanno
mangiato, _ruminano_.

--Non intendo, disse Attilio. Cosa vuol dire _ruminare_?

--Così mi piaci, rispose il babbo, facendo una carezza al suo
figliuoletto. Io piglierei che tutti i bambini, quando leggono o odono
una parola difficile, della quale non riescono a spiegarsi il
significato, si facessero a chiederne subito la spiegazione. Così si
eviterebbe di accumolar confusione su confusione e ignoranza sopra
ignoranza. Ma tornando alla parola _ruminare_, ti dirò che significa
il far ritornare alla bocca il cibo mandato nello stomaco per finirlo
di masticare.

--Curiosa! disse il bambino stupefatto. Dimmi, babbo, _ruminiamo_
forse anche noi?

--No, caro. I soli esseri che ruminano sono gli animali che hanno,
come questa vacca e questo bove, il piede fesso, e una sola fila di
denti. Di loro si dice che appartengono ai _ruminanti_. Torniamo ora,
se ti piace, all'utilità che ci danno questi due animali.

La vacca partorisce i _vitelli_, i quali ci servono per cibo o vengono
allevati dagli agricoltori, affinchè diventino, col tempo, manzi, tori
e bovi.

--È vero che il latte ce lo dà la vacca?

--È vero; ed è un latte nutriente, leggiero, saporito. Ma il latte ce
lo danno anche le femmine di altri animali, come la capra, l'asina e
la pecora. Col fior di latte sbattuto con certa maestria, in capaci
vasi di legno detti _zangole_, si fa il _burro_, che mangiamo tante
volte disteso sul pane, ed è un condimento così squisito e delicato.

Ma l'utilità di queste povere e buone bestie non cessa alla loro
morte: la carne del bove è uno dei nostri quotidiani e più sostanziosi
nutrimenti: della sua pelle conciata si fa il _cuoio_, quel cuoio che
i calzolai adoprano per fare scarpe e stivali. La pelle dei vitelli
serve anch'essa a far tomai, mantici, cinghie e finimenti da cavalli.
Gli ossi e le corna dei bovi sono lavorate dal tornitore, dal
fabbricante di pettini: e colle cartilagini, i tendini e le
raschiature delle loro pelli, si fa la colla dei legnaiuoli. Perfino
il pelo della loro bocca è utile: esso serve a imbottire i cuscini da
selle e i basti.

--Dunque l'esser chiamato bue non è un'impertinenza! sento che è una
bestia tanto per bene! Io non potrei, neanche a campar cent'anni, fare
una sola delle tante cose di cui è capace un bove. Io non ho la sua
forza, nè....

--Figliuolo mio, il confronto non regge. L'uomo non può nè dev'esser
paragonato alla bestia. Egli ha l'_intelligenza_, la _ragione_ e
quindi la _scelta tra ciò che è bene e ciò che è male_. L'uomo non
potrebbe, è vero, sobbarcarsi alle fatiche del bove; ma colla forza
della sua volontà e del suo genio, rende fertili le terre meno
ospitali, traversa l'oceano sopra fragili barche, abbatte e fora i
monti, conta le stelle del firmamento e inventa macchine portentose.

Quel bambino ha dunque avuto torto dandoti del bue, prima perchè aveva
l'intenzione di darti un dispiacere, poi perchè non c'è nessun termine
di confronto fra una povera bestia, i cui occhi sono sempre condannati
a guardar la terra, e l'uomo che può e deve sollevarli al cielo, e dal
cielo a Dio. Ma tu devi scusare quel bambino e provargli,
perdonandogli, che non sei un bue.

Una donnina

L'Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla
mamma e vedersela là, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata
che non le dava pace nè giorno nè notte, era una gran passione. Almeno
avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza!
Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o
nov'anni?

C'erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all'uffizio la
mattina alle dieci e tornava alle cinque. È vero che prima d'andar
via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e
custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto
all'ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il
fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma
tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una
grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo!
L'Eduvige s'ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma,
le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o
accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva
altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c'era
rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i
cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la
figliuola!

Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre
dell'Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un'oretta
fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come
passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia,
specie dacchè la mamma s'era messa a letto: lavori preparati non ce ne
aveva e il _Libro della Bambina_ era rimasto chiuso nello studio del
babbo.

Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina:
Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma
rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva
le imposte, affinchè non entrasse il sole.

Sul cammino c'era un po' di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli
di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo
tutto infrittellato d'unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano
coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due
mosche.

L'Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si
provasse un po' lei a riordinare quell'arruffío e a far risparmiare al
babbo la spesa della serva?

Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si
rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro
la pratica.

L'Eduvige cominciò dal riempir d'acqua il calderotto e dal metterlo
sul fornello, dove c'era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti
grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre
gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la
rastrelliera, e mentre l'acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i
bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di
bandone, che la mamma teneva, per quell'uso, sul piano della madia.
Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.

Quando l'acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e
cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai
tegami e alle marmitte.


E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l'Eduvige mise altri
due tizzi di carbone nel fornello, coprì il fuoco con una palettata di
cenere, affinchè non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra.
Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il
babbo con una certa impazienza.

Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.

Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d'acqua
fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell'ordine e
quella pulizia, si volse stupito all'Eduvige e domandò:

--Chi c'è stato?

--Nessuno! rispose la bambina sorridendo.

--O chi ha fatto le faccende?

L'Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:

--_Sono stata io!_

Figuratevi la contentezza di quel pover'uomo! si tenne abbracciata
strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera
della moglie, alla quale raccontò tutto.

La mamma, commossa, fece seder sul letto l'Eduvige e la ricolmò di
carezze.

La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie
quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un
vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a
quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la
distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani,
una bella medaglia d'argento.

C'è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma
quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!